giovedì 20 maggio 2010

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BikeMi, il sistema di bike sharing della città di Milano, nel pomeriggio di ieri, mercoledì 17 maggio 2010, ha raggiunto quota 1.000.000 di prelievi.
Andrea F. è l’utente che ha determinato l’ambito traguardo.
Nato il 3 dicembre 2008, il servizio di condivisione di biciclette milanese ha riscosso un successo straordinario. La media giornaliera di utilizzi, in questo periodo, supera i 4.500 prelievi.
Millequattrocento le biciclette “giallo-crema” che si possono trovare, ad oggi, nelle 100 stazioni posizionate in prossimità dei principali punti strategici di Milano all’interno della Cerchia dei Bastioni.
Sono in corso le procedure per ampliare il sistema con altre 2.250 bici in 100 nuove
stazioni di grandi dimensioni che allargheranno l’area dell’utenza fino alla Cerchia
Filoviaria.
Si deduce da tutto questo, senza inutili polemiche, che i patetici dell'Atac, del Dipartimento e i giornali che gli vanno appresso, qualche giorno fa -come prontamente denunciato da questo blog e solo da questo blog- hanno esultato per un risultato ANNUO che a Milano viene raggiunto in DIECI GIORNI. C'è necessità di altri commenti?

venerdì 14 maggio 2010

E' la stampa, monnezza

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"E' la stampa, monnezza". Come giustamente dice Dagospia.
Ehggià, perché sul Corriere della Sera, che dovrebbe essere il maggiore e più autorevole quotidiano del paese. Un saldo di 49mila prelievi in un anno (ovvero 130 al giorno, ovvero MENO DI UNO PER OGNI BICICLETTA A DISPOSIZIONE) significherebbe un successo per il Bike-Sharing romano che è invece uno dei più squallidi fallimenti dell'amministrazione, di Atac, di tutti. E anche della stampa ignorante, o corrotta, o interessata. Sicuramente incapace. I quotidiani tradizionali, vedrete, faranno la fine che si meritano. Per fortuna ci sono i blog, no?

lunedì 10 maggio 2010

Zimbelli d'Italia

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La Stampa pubblica un articolo bello e ottimista sul bike-sharing. Numeri in crescita, successo da nord a sud. Occhi di tutto il mondo sull'Italia. Nuove grandi città che partiranno a breve con importanti programmi di bike-sharing (a giugno ci sarà il grande e fragoroso debutto di Torino, che ci farà lustrare gli occhi!). Tutto bene tranne che per una città: Roma. Dove il bike-sharing "versa in un stato di abbandono e di degrado", dice testualmente La Stampa.
Giugno si diceva. Quando Torino inaugurerà il suo importante programma di bike-sharing gestito da Bicincittà, a Roma compierà un anno la gestione fallimentare del servizio da parte di Atac-Agenzia per la mobilità. In un anno si è sperimentato, incredibilmente, l'unico bike-sharing al mondo con la prima ora a pagamento. Si è sperimentato come farsi fottere decine e decine di biciclette sbagliando il sistema di registrazione. Si è sperimentato come allontanare tutti i tanti (migliaia) di utenti che in pochissimi mesi si erano aggregati attorno a questo servizio. Si è sperimentato il modo perfetto per fare allontanare quanto più possibile i romani dal servizio di mobilità più civile che esista al mondo.
E' importante che chi ha compiuto certe scelte strategiche se ne vergogni. E' importante che prestigiosi quotidiani, come La Stampa, mettano alla berlina quanto succede nella capitale. Non si dica in giro che gli scempi fatti da queste parti siano cosa normale o anche lontanamente plausibile...

giovedì 6 maggio 2010

Cosa pensiamo delle piste ciclabili

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L'ottima Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali del Comune di Roma sta iniziando una indagine sulla ciclabilità (in particolare sulle piste ciclabili) ed ha coinvolto anche il nostro Comitato per un parere. Qui di seguito lo script che abbiamo voluto inviare e che palesa il nostro pensiero.



Il pensiero del Comitato Bike-Sharing Roma in relazione alle piste ciclabili nella Capitale è piuttosto semplice. Parte da due assunti sopra ogni altra cosa.

1- Le piste ciclabili fatte sino ad oggi in città non sono piste ciclabili
2- Le piste ciclabili, oltre a rendere più sicuro ed agevole lo spostamento di chi utilizza la bicicletta, devono essere lette come importante, economico e risolutivo strumento di arredo urbano

Le piste ciclabili romane non sono –salvo eccezioni- piste ciclabili. Si tratta infatti di percorsi campagnoli, bucolici, in riva al fiume. Luoghi per una gita domenicale, per andare a prendere il sole, tracciati utili al nonno che vuole portare in gita i nipotini. Non fanno male a nessuno, per carità, ma sono inutili ai fini della mobilità urbana. Da tempo il nostro Comitato considera la bicicletta (è quello che accade in molte altre città a partire da Barcellona, Milano, Parigi) come un vettore di TPL (Trasporto Pubblico Locale). Come tale la bici deve essere utile a porsi in alternativa al trasporto pubblico tradizionale (autobus, metropolitana, tram) ed al trasporto privato (moto, auto) per gli ordinari trasporti quotidiani casa-lavoro. Ecco perché risultano inutili (e dannose per la percezione che i cittadini hanno di loro) le piste ciclabili che continuano ad essere costruite fuori città, in aree disabitate, lungo fiumi e torrenti. Il prossimo grande progetto di una pista ciclabile che vada da Roma a Fiumicino ci vede, infatti, molto contrari: è l’ennesimo depistaggio, l’ennesimo travisamento di queste strutture urbanistiche fondamentali.
Le piste ciclabili devono essere realizzate nel cuore della città. Devono essere visibili –non nascoste in parchi, boschi e argini di fiume- e conferire alla ciclabilità quel ruolo urbano che oggi non ha. Gli esempi positivi in questo senso sono pochissimi: Via Rubattino a Testaccio, Via Marcantonio Colonna a Prati…

Non è da trascurare, poi, e siamo al punto 2, che la realizzazione urbana delle piste ciclabili può fungere non solo come sprone alla ciclabilità, come leva per l’aumento percentuale degli spostamenti su bicicletta (che, comunque, non potranno mai aumentare significativamente senza la partenza di un ampio programma di bike-sharing), ma anche come strumento di riqualificazione urbana.

La piaga criminale della sosta selvaggia, che contribuisce fortissimamente a fare di Roma la città record in Europa per incidenti stradali sia mortali che non, è dovuta essenzialmente non già –come si crede- alla mancanza di servizi di trasporto e di parcheggi, ma, al contrario, alla dimensione completamente errata delle carreggiate in città. A differenza di tutte le civili capitali occidentali, Roma ha delle carreggiate che, semplicemente, sono grandi quel tanto che basta da consentire agevolmente la sosta in divieto. La sosta selvaggia è pressoché automatica quando le dimensioni della carreggiata (a senso unico) superano i 3\3,5 metri. A Roma questa è purtroppo la norma. Norma che si potrebbe sovvertire con la semplice, rapida, indolore e economicissima realizzazione di piste ciclabili realizzate nell’intercapedine tra le auto in sosta e il marciapiede. E’ un sistema correntemente utilizzato in Europa e in Italia che, banalmente, non-costa-alcunché! Si tratta semplicemente di ridisegnare la segnaletica. Un uovo di colombo che in un colpo permette di: creare centinaia di chilometri di piste ciclabili urbane, non campagnole e quindi realmente utili agli spostamenti casa-lavoro e casa-scuola; dare visibilità chiara e ruolo definito alla ciclabilità; combattere con l’unica arma vincente (dunque non certo con le multe) la piaga della doppia fila e, quindi, riqualificare chilometri e chilometri di strade abbattendo l’incidentalità. Un programma urbanistico che potrebbe a costo quasi zero cambiare faccia alla città rendendola enormemente più civile.