lunedì 26 agosto 2013

Il rilancio del bike-sharing di Guido Improta? Una doppia sciagura sia per i ciclisti sia per i cittadini che richiedono la riforma della cartellonistica. Ecco perché

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L’iniziativa di “rilancio”, tra tante virgolette, del bike-sharing a cui sta lavorando l’assessore Guido Improta e che è stata anticipata dalla stampa qualche giorno fa appare fin da subito molto deludente. Un semplice e banale piano, già esistente all’epoca Alemanno, che non porta alcun vantaggio a questo servizio che ha bisogno di ben altro respiro per risultare decisivo. Non dimentichiamo che il bike-sharing, dove fatto funzionare come si deve, ha drenato fino ad un 10% di spostamenti urbani liberando strade e combattendo la congestione del mezzo pubblico. In una città come Parigi, per capirci, l’istituto dello sciopero dei mezzi pubblici ha perso completamente forza (pensate a Roma il venerdì…) perché tanto la gente in ufficio ci arriva uguale grazie al bike-sharing. Uno strumento potentissimo che per funzionare deve avere determinate caratteristiche che sono profondamente lontane da uno schema di 80 stazioni come lo prevede Improta.
Con 80 stazioni, in una città sconfinata, Roma avrebbe (pur con un abbonamento simile, anzi un po' superiore, a quello di altre città: 40€) meno postazioni di Torino, meno della metà di Milano con un terzo delle biciclette della città lombarda. Inutile addentarsi in spiegazioni tecniche: con 80 stazioni il bike-sharing non serve ad alcunché.
Non si capisce poi perché per installare delle stazioni occorra il vialibera della Soprintendenza. Che sovente boccia ma che non boccia mai la sosta delle auto, anzi neppure viene interpellata. Per un parcheggio di biciclette serve il loro assenso, per un parcheggio di autovetture no: bizzarro, no!?

Al di là delle questioni dimensionali e delle questioni architettoniche e di tutela, passiamo alle questioni gestionali. La terribile notizia per tutto il movimento che si occupa di combattere la cartellopoli romana (ovvero quello scandalo incredibile che negli ultimi anni ha ulteriormente peggiorato la annosa consegna del mercato della pubblicità ad una pletora di ditte spesso para-criminali) è che il Comune sta cercando di scindere le sorti del bike-sharing da quello dello scandalo cartellopoli. Dovunque il bike-sharing funzioni infatti, con poche eccezioni come Londra ma con tante conferme come Parigi, Lione, Milano, Torino, sono le società dell’impiantistica pubblicitaria  a gestirlo. Da qui l’assioma secondo cui a Roma il bike-sharing  avrebbe potuto funzionare solo dopo una radicale sistemazione (che oggi è alla portata grazie alla scadenza delle concessioni nel 2014) del mercato pubblicitario inserendo  il bike-sharing stesso tra i ‘tornaconti’ in un eventuale bando di gara che assegnasse le nuove concessioni. Ora cosa succede? Succede che il bike-sharing si cerca di farlo lo stesso, non più in cambio di cartelloni pubblicitari e dunque non più nell’ambito di una risistemazione del comparto cartelloni. L'amminirazione, a quanto pare e speriamo davvero di sbagliarci, immagina di non poter risolvere il bubbone dei cartelloni e allora trova, maldestramente e goffamente, le strade per aggirarlo.

Avremo, dunque, un bike-sharing che non servirà a nessuno, con sole 80 stazioni su un territorio che dovrebbe averne almeno dieci volte tanto, e in compenso non potremo più neppure utilizzare questo argomento come leva e grimaldello per richiedere a gran voce la sistemazione del comparto cartelloni. Una perdita secca su entrambi i fronti, un uno due da ko.

Auguriamoci che l’assessore alla mobilità, che ha giustamente la delega per la ciclabilità, corregga rapidamente la rotta. Anche perché altre caratteristiche minori del progetto (demenziali le bici elettriche, pericolosissimo per il Comune doversi caricare dei costi del vandalismo) appaiono valorizzare il nostro pensiero: non occorre inventarsi nulla, i modelli esistono già e vanno soltanto copiati.